••• Storie di Vita

“Non c’è notte che non veda il giorno”. William Shakespeare

“Se si ha il coraggio di fronteggiare i propri problemi”. Giorgio Nardone

SFERA LAVORATIVA – Quando la fatica nella professione da incubo diventa trampolino di lancio per il cambiamento.

Paola (nome di fantasia) arriva da me con le lacrime agli occhi, una pressione sul petto e un certo tremore alle mani: “Sono esausta, non ce la faccio più, non riesco più a dormire né a mangiare, vivo nel terrore di non riuscire più a far bene il mio lavoro, fatico anche a respirare, ho l’impressione che vogliano farmi scoppiare…”

È iniziato così il nostro percorso… Pian, piano emerge un vissuto nella famiglia d’origine carico di sofferenza e situazioni difficili da digerire che l’hanno portata a dubitare del suo valore personale e come reazione a puntare sulla ricerca spasmodica della perfezione con il fine di risultare all’altezza delle aspettative di tutti in ambito lavorativo. Mai nessuna richiesta d’aiuto, mai un “no” a troppo carico lavorativo, sempre pronta a tamponare qualsiasi mancanza. Disponibilità assoluta a ogni richiesta e, da sempre, quasi il doppio delle ore lavorative rispetto a quelle regolari. Paola, come spesso avviene in questi casi, ha investito in questo campo tutte le sue energie, senza mai preoccuparsi di “ricaricare le sue riserve”. Troppe energie in uscita e troppo poche in entrata. Questa dinamica non è sostenibile e, a lungo termine, diviene un ottimo metodo per autodistruggersi ed esaurire le proprie capacità di far fronte alle difficoltà e agli imprevisti in maniera lucida.

Abbiamo lavorato in due direzioni: da una parte sviluppando passo dopo passo la capacità di determinare i confini della propria disponibilità… e dall’altro, a livello più profondo, andando a sanare quelle ferite ancora sanguinanti che la facevano sempre sentire bisognosa di conferme da parte degli altri rispetto alle sue capacità. Oggi Paola ha cambiato lavoro, ha iniziato a prendersi cura del suo corpo, della sua salute, delle sue passioni e soprattutto delle relazioni che contano nella sua vita. Spesso mi aggiorna sui nuovi traguardi raggiunti: “a distanza di un anno esatto tutto è cambiato… in meglio”!

AUTOSTIMA – “L’ingannevole paura di non essere all’altezza“.

“… è come se vivessi costantemente con il freno a mano tirato, inizio ogni cosa pensando che tanto non ce la farò, che farò una brutta figura, che questa volta verrà fuori tutta la mia incapacità… e tutti capiranno che non valgo niente… Faccio sempre una fatica bestiale, a volte penso di non essere normale e comunque tanto, dentro di me, lo so già che per quanto mi sforzi, mi sentirò sempre inferiore agli altri.”

“È in costante aumento il numero di persone che convivono ogni giorno con la sensazione di non essere all’altezza, di non essere del tutto adeguate, se non addirittura “fallate” (…) Questo non sentirsi all’altezza può riguardare tutti gli ambiti della vita: può riferirsi alle caratteristiche estetiche o alle capacità, all’intelligenza, alla simpatia, alla cultura, fino a diventare una sensazione generalizzata, il sentirsi sempre “meno degli altri” in qualsiasi ambito o circostanza. 

In molti casi la persona teme di non essere all’altezza delle aspettative degli altri e degli standard sempre più elevati che la società impone. Un sentirsi costantemente “in vetrina”, oggi enormemente incrementato anche dalla diffusione del social network, che amplifica a dismisura il bisogno di “apparire” e il timore di essere giudicati inadeguati.

Altre volte, invece, il giudice più severo si rivela quello interno, quella voce che continua a ricordarci che, comunque facciamo, non è mai abbastanza, che dovremmo fare di più e meglio, che tutto sommato il nostro successo è frutto di tanta fortuna e poco merito, che non siamo così attraenti e capaci come gli altri ci vedono, e si potrebbe continuare all’infinito.

E non deve sorprendere che, in molti casi, chi più sperimenta queste sensazioni di inadeguatezza siano invece persone decisamente capaci e dotate a cui il resto del mondo attribuisce forti caratteristiche di desiderabilità. Aspetto questo che, paradossalmente, finisce per amplificare sempre di più il timore di essere scoperti “impostori”, passerotti travestiti da aquile, che al primo soffio di vento perderanno il piumaggio posticcio e si riveleranno in tutta la loro vera natura. (…)

La paura di non essere all’altezza può riguardare tutte e tre le fondamentali relazioni che viviamo nel corso della vita la relazione tra noi e noi stessi, quella tra noi e gli altri, quella tra noi e il mondo circostante, finendo spesso per declinarsi su tutti e tre i livelli.

Spesso chi teme di non essere all’altezza vive la propria vita con fatica e sofferenza, come se vivesse con il “freno a mano tirato” ma senza seri impedimenti nello svolgimento delle faccende quotidiane.

Altre volte, muoversi in un mondo popolato da giudici, pronti a condannarci per le nostre fragilità imperfezioni, può sfociare in un disturbo psicologico invalidante.

Assistiamo così a persone il cui giudice interiore si è talmente “pervertito” da trasformarsi in un inquisitore/persecutore che le inchioda ogni giorno ha le proprie imperfezioni, abilmente proposte come imperdonabili inadeguatezze o incapacità.

Altre, che vivono in un mondo popolato da veri e propri “nemici” da cui devono difendersi senza sosta, a volte evitando il più possibile il contatto con il resto del mondo, altre volte finendo per aggredire preventivamente i presunti aggressori, nello spasmodico tentativo di difendere se stessi e la propria fragile autostima.

In alcuni casi la persona vive nel dubbio lacerante di non essere all’altezza, e trascorre la vita combattendo per cercare di superarlo; in altri ne ha addirittura la certezza, e per questa ragione si arrende”.

Tratto da “L’ingannevole paura di non essere all’altezza” di Roberta Milanese

Tutte queste paure possono essere superate definitivamente attraverso strategie e stratagemmi terapeutici specifici che vanno a sbloccare modalità cristallizzate (le cosiddette “tentate soluzioni”) che la persona mette in atto per cercare di risolvere il problema che, se non funzionano, finiscono per incrementare sempre di più la difficoltà che dovrebbero risolvere, fino a trasformarla, in alcuni casi, in un vero e proprio disturbo psicologico.

La persona che viene condotta fuori da un auto-dialogo distruttivo e invalidante, sperimenterà l’incontro con quel dialogo interiore che stimola, incoraggia, a volte corregge ma non inchioda, non congela, è il dialogo interiore che rappresenta la connessione con la sua “mente saggia”, quella parte luminosa del suo sé capace di guidarla nella vita, fuori da zavorre mentali senza utilità, nonostante le intemperie e con la serenità necessaria.

GENITORIALITÀ – Aiutare i genitori ad aiutare i figli.

“Dottoressa nostra figlia di nove anni si abbuffa di nascosto, troviamo carte di merendine dietro il letto… se la vediamo mentre mangia si arrabbia tantissimo e nega l’evidenza… non ha mai voluto mangiare verdura, fin da piccola… noi abbiamo provato con le buone, un po’ anche forzandola, con la verdura intendo, ma ora siamo preoccupati e non sappiamo cosa fare…”

Questa testimonianza è solo uno dei tanti casi di genitori che si presentano nel mio studio alle prese con problemi più o meno gravi relativi ai figli.

Secondo le modalità del modello Breve Strategico, prediligo l’Intervento Indiretto secondo il quale il minore non ha contatti con lo psicologo. Sono i genitori che attraverso il colloquio, vengono eletti co-terapeuti e guidati alla messa in atto di strategie adeguate al raggiungimento dell’obiettivo individuato.

Quindi i genitori (o solo uno di essi) vengono condotti a intervenire sui ragazzi in modo tale da generare un determinato cambiamento nella direzione concordata. Se dovesse essere necessario, potrebbero essere coinvolte nel percorso anche le figure educative di riferimento della struttura scolastica.

La bellezza e l’efficacia di questo tipo di intervento si articola su diversi punti: come prima cosa si evita l’etichettamento del minore che può influenzare negativamente la costruzione della sua identità, importante è anche il fatto che il ragazzo non si sentirà sotto osservazione, limitando l’attivazione di resistenze al cambiamento già naturalmente presenti in ogni essere umano. Fondamentale diviene la collaborazione con i genitori che non vengono “messi da parte”, ma al contrario rivestono un ruolo attivo perché messi in condizione di evitare il rischio di delegare “ad altri”.

“Aiutare i genitori ad aiutare i figli” comporta tutta una serie di benefici legati all’acquisizione di abilità gestionali e comunicative preziose nella vita presente e futura della famiglia, e non solo.

Come funziona un intervento indiretto?

In primo luogo, bisognerà concordare gli obiettivi e/o il problema da affrontare per definire insieme una meta da raggiungere attraverso il coinvolgimento operativo dei genitori “sul campo”.

I genitori verranno accompagnati con l’aiuto di una guida pragmatica che fornirà indicazioni dettagliate, progressive e passibili di controlli e verifiche, funzionali al raggiungimento del punto di arrivo.

Fondamentale è la comprensione delle cosiddette “soluzioni tentate”: tutti i tentativi messi in atto dai genitori per cercare di gestire una situazione, di raggiungere un obiettivo o di risolvere il problema. Secondo l’approccio strategico, proprio questi tentativi contribuiscono alla formazione di uno stallo evolutivo (nonostante a volte capiti che le stesse modalità messe in atto in altre circostanze e contesti abbiano avuto precedentemente successo).

A questo punto si potrà procedere alla definizione e applicazione delle strategie: prima di tutto “bloccando” le soluzioni tentate fino a quel momento che non hanno funzionato e, successivamente inserendo cambiamenti di tipo comportamentale capaci di sbloccare la situazione in vista della meta condivisa.

L’approccio breve strategico procede in modo tale da permettere passo dopo passo di adattare le tecniche a persone e situazioni specifiche, modificando la strategia quando i risultati non sono quelli auspicati diviene possibile “riaggiustare le mosse” progressivamente nell’ottica di un soddisfacente grado di efficacia. Una volta ottenuto lo sblocco della situazione problematica, il percorso prevede il monitoraggio del cambiamento avvenuto e il suo consolidamento nel tempo come nuovo equilibrio funzionale all’evoluzione del minore e del sistema familiare.

ANSIA DA PRESTAZIONE – Quando la paura sembra un ostacolo insormontabile. 

“Sono sempre stata particolarmente ansiosa, e ho affrontato tutti gli esami universitari con una fatica indescrivibile… La mia testardaggine mi ha portata a superarli tutti, ma ogni volta è stato un vero e proprio incubo. Quest’esame però non ce l’ho fatta, mi sono presentata e ho fatto scena muta totale, mi sono paralizzata, il cuore batteva a mille e non riuscivo nemmeno a mettere a fuoco il docente, avevo la nebbia davanti… Mi mancano due esami e mi sento completamente bloccata, non riesco più a presentarmi per la vergogna dell’ultimo esame, non so cosa fare…”

L’ansia da esame scolastico può essere considerata il prototipo della paura di esporsi in pubblico. L’approccio strategico focalizza l’attenzione su come il problema funziona e si mantiene nel presente e su quali strategie disfunzionali (le cosiddette “tentate soluzioni”) vengono messe in atto per affrontarlo.

In questi casi, la principale tentata soluzione che mantiene il problema consiste nel cercare di controllare ciò che in noi avviene spontaneamente e ciò determina la perdita totale di controllo. La paura di fallire, di cui spesso di parla con il nome di ansia di prestazione, può arrivare a compromettere alcuni nostri comportamenti anche del tutto naturali, proprio come nella famosa storiella del millepiedi: “Si racconta, in un’antica storia, che una volta una formica chiese a un millepiedi: – mi vuoi dire come fai a camminare così bene con mille piedi insieme, mi spieghi come riesci a controllartli tutti contemporaneamente? – Il millepiedi cominciò a pensarci su e non riuscì più a camminare”. (Nardone, 1993).

La modernità, con l’evoluzione tecnologica, ha creato il mito del controllo su ogni cosa. Questa tendenza, anche se ha prodotto molti successi, generalizzandosi, si è trasformata da buona soluzione in un problema (Nardone, 2013).

L’ansia di avere il “controllo assoluto” su noi stessi, per non commettere errori o fare brutte figure, ci fa sentire spesso bloccati e ci impedisce di ottenere i risultati sperati.

Essere stressati potrebbe anche facilitare una buona performance, ma quando questa condizione diventa troppo persistente, potrebbe produrre effetti indesiderati, come la comparsa di sintomi psichici e somatici, quali ad esempio l’eccesso di sudorazione, il rossore, la tachicardia ecc.

La persona allora, sentendosi spaventata dal giudizio altrui, inizierà ad evitare di esporsi personalmente, o quando proprio non potrà farne a meno, vivrà le proprie prestazioni con un forte senso di ansia anticipatoria. Nelle forme più gravi, arriverà alla totale incapacità di partecipare a situazioni pubbliche scolastiche o professionali, ma anche ricreative, e avrà frequenti attacchi di panico al solo pensiero di doverle affrontare.

La principale tentata soluzione di chi soffre di un blocco della performance è il tentativo di controllo che fa perdere il controllo.

Per aiutare il paziente a risolvere il suo problema, bisognerà cercare di “allenarlo” a perdere volontariamente il controllo, in modo che, paradossalmente, riesca a mantenerlo.

La perdita di controllo, volontariamente e intenzionalmente ricercata ed esasperata, produrrà un cambiamento nella percezione della propria capacità di gestire le emozioni.

Nella pratica, si prescrive la mezz’ora di peggiore fantasia, una tecnica fondamentale che il paziente dovrà imparare ad utilizzare per gestire l’emozione legata alla situazione temuta e che gli permetterà di sbloccare le sue risorse personali. Vengono fatte sperimentare una serie di concrete esperienze emozionali, adattate al personale sistema “percettivo-reattivo” di ogni individuo e di ogni specifico problema, che porteranno gradatamente all’acquisizione dell’autonomia e della capacità di gestire la realtà. Ad un cambiamento della percezione segue il cambiamento delle reazioni e successivamente della consapevolezza. Quest’ultima, giungerà solo ad esperienza fatta, quando sarà inevitabile per il paziente rilevare le capacità e le risorse attivate nel fare qualcosa che fino ad allora sembrava impossibile.

TI AMO MA TI ODIO  – Come un gatto che si morde la coda. 

 “Dottoressa è un continuo rinfacciare i miei errori del passato, come se non ci fosse mai fine a questo supplizio. Io ogni volta stavo malissimo e mi lasciavo massacrare, adesso però provo una rabbia esplosiva che soffoco nel silenzio per giorni e giorni… e non ne usciamo. Appena facciamo un passo avanti, poi torniamo indietro. Non si può continuare così.”

Spesso, lavorando con le coppie, il primo fondamentale passo è metterle nella condizione di individuare ciò che è sicuramente fallimentare e quindi da evitare nella relazione.

Nella tradizione dell’arte dello stratagemma viene utilizzato il metodo: “Se vuoi drizzare una cosa, impara prima tutti i metodi per storcerla di più”.

Esistono ingredienti straordinari capaci di condurre il dialogo tra partner alla catastrofe sicura (tratto da “Correggimi se sbaglio”, Giorgio Nardone, 2005):

Puntualizzare
“Un tratto che caratterizza le persone intelligenti nelle loro relazioni è la tendenza a puntualizzare le situazioni e le condizioni, le sensazioni e le emozioni nel rapporto con l’altro, per tenere sotto controllo e programmare nel miglior modo possibile la relazione”.

Con l’intenzione di non dare nulla per scontato, o evitare incomprensioni, è una modalità di interazione che se diviene ridondante, quindi ripetuta e pressante, invece di prevenire i problemi li alimenta.

L’iper-analisi razionale di situazioni, sensazioni ed emozioni fa apparire il partner come un “maestrino” in cattedra, questo crea distanza perché raffredda e impoverisce ciò che è per natura caldo e carico di emotività. Poche cose sono così fastidiose quanto il sentirsi spiegare come stanno i fatti e come dovrebbero essere per funzionare meglio. Spesso è il modo in cui il partner ci dice le cose che ci irrita e fa nascere in noi la voglia selvaggia di trasgredire le regole della relazione, oppure entriamo nel ruolo di “bambini adattati” incapaci di reagire. La persona così ragionevole e saggia che ci troviamo di fronte si trasforma in un magnifico rompiscatole o in un giudice intransigente. Proprio come un farmaco somministrato in dosi eccessive si trasforma in veleno, così le cose buone producono effetti cattivi semplicemente a causa del sovraddosaggio.

• Recriminare
Molto spesso il recriminare ha il potere di trasformare il suo oggetto, ovvero le colpe dell’altro, in diritti legittimi. La requisitoria subita ci fa sentire quasi innocenti, in diritto di difenderci a spada tratta, e la colpa, anche se molto grave, perde di forza. Il recriminare, ovvero il puntualizzare le colpe dell’altro, tende a produrre nell’accusato reazioni emotive di ribellione. Questa reazione emotiva cancella la colpa e fa nascere solo la voglia di scappare o di aggredire.

• Rinfacciare
“Rinfacciare èun atto comunicativo che induce a esacerbare invece che a ridurre ciò che vorrebbe correggere”. Il vittimismo da parte di una persona cara che ci accusa di averla fatta soffrire con le nostre azioni, ci fa sentire, più che un senso di colpa, un’irrefrenabile sensazione di rabbia nei confronti di chi vuole inchiodarci alle nostre mancanze affettive e ai nostri egoismi. Colui che rinfaccia si pone come “vittima” dell’altro e paradossalmente costruisce il proprio “aguzzino”. La vittima si sentirà sempre più calata in questo ruolo e questo scatenerà un’ulteriore reazione di rifiuto o di aggressione da parte di chi viene fatto sentire in colpa. La dinamica sarà quella di un circolo vizioso dal quale è decisamente difficile uscire.

• Predicare
“Il predicare rappresenta il trasporre nella relazione a due un metodo preso a prestito dalla sfera del sermone morale e religioso”. Fare la predica significa proporre ciò che è giusto o ingiusto a livello morale e, sulla base di ciò, esaminare e criticare il comportamento altrui. È incontenibile l’effetto di questa azione comunicativa: la voglia, anche in chi non ce l’ha, di trasgredire le regole morali poste a fondamento della predica stessa. Una “predica eccellente” contiene al suo interno sia la recriminazione, la puntualizzazione e non si farà mancare il rinfaccio vittimistico: la quintessenza di un dialogo disastroso!

• «Te l’avevo detto»
“Esistono forme minori di comunicazione, meno articolate delle precedenti ma tuttavia molto potenti”. Solitamente sono singoli atti comunicativi e non sequenze interattive che riescono immediatamente ad evocare nell’altro le sensazioni di provocazione, irritazione o squalifica. La madre di queste è senza dubbio la classica sentenza: «Te l’avevo detto». Esistono anche alcune varianti: «Lo sapevo io…», oppure «Non mi hai voluto dare retta, vedi»! Se io sono già arrabbiato con me stesso perché ho commesso un errore, il fatto che l’altro mi faccia notare che l’ho commesso dal momento che non gli ho dato retta – ammesso che questo sia vero e non sia solo una sua impressione – non mi aiuta affatto, anzi, mi fa imbestialire ancor di più con me stesso e con lui. Quando pronunciamo queste «frasette» ci trasformiamo nel parafulmine della rabbia del nostro partner, al quale diamo la possibilità di dirottare contro di noi tutta la carica che aveva contro di sé a causa del suo fallimento.

• «Lo faccio solo per te»
Viene dichiarato un sacrificio unidirezionale da parte di uno dei due membri della relazione: questo non solo fa sentire l’altro in debito, ma anche in posizione di inferiorità, poiché bisognoso di un “generoso” atto altruistico. È comprensibile come questo messaggio, che il più delle volte arriva non richiesto, sia molto irritante perché mette in una condizione emotiva ambivalente: dovrei ringraziarlo per la generosità, ma sono in difficoltà perché non è stata da me né desiderata né richiesta. Un atto altruistico dichiarato e sottolineato si trasforma in una manovra decisamente egoistica. “Se io non pretendo il riconoscimento del mio sacrificio, l’altro – se non è proprio abbietto – se ne renderà conto da solo e mi sarà doppiamente grato: una volta per il favore ricevuto, la seconda per non averglielo fatto pesare.

• «Lascia… faccio io»
Questo è un tipico atteggiamento che veste i panni della gentilezza ma che in realtà nasconde una forma di squalifica delle capacità dell’altro. Si tratta di quelle situazioni dove si sostituisce l’altro nell’eseguire un compito, facendo per di più sembrare il nostro agire come un atto di cortesia e attenzione nei suoi confronti. «Cara, lascia, parcheggio io l’auto…»; oppure «caro lascia fare a me questo», eccetera. Un aiuto non richiesto non solo non aiuta, ma danneggia. Questo perché l’atto, se a un livello più superficiale di comportamento comunica una buona intenzione, a un livello emotivo più profondo significa: lascia fare a me perché tu non sei capace.

• Il biasimo
Il biasimare è una pozione velenosa formidabile: non è una critica diretta, non è una contestazione esplicita, non è un mettere in dubbio le capacità dell’altro, ma è una sequenza rappresentata da una prima parte in cui ci si complimenta con l’altro e una seconda parte nella quale si afferma che però avrebbe potuto fare di meglio, di più o che ciò non è abbastanza. Il potere formidabile di questa ricetta segreta per rovinare persino la più straordinaria delle relazioni risiede nel contrasto tra la prima e la seconda parte della comunicazione. È una strategia invincibile per creare problemi anche quando non ce n’è nemmeno l’ombra.

Tutte le forme comunicative descritte, hanno alcuni tratti comuni:

  • si basano sulle «migliori intenzioni». L’intenzione che conduce a puntualizzare, recriminare, e così via è senz’altro il voler migliorare le cose all’interno della relazione, ma l’utilizzo di una strategia non idonea allo scopo produce effetti indesiderati. Imparare a portare attenzione e cura alle modalità comunicative sarà fondamentale per realizzare buone relazioni.
  • molto spesso si viene a creare nella relazione una sorta di “tiro alla fune”, perciò ognuno dei due contendenti fa di tutto per trascinare l’altro dalla propria parte. Quanto uno più tira, tanto più l’altro cerca di resistere, ma questa modalità è soltanto dannosa nella relazione. Blaise Pascal scrive: “Quando si vuol rimproverare con utilità e mostrare a un altro che egli si inganna, bisogna osservare da qual verso egli considera la cosa, perché generalmente da quel verso lì è giusta, e riconoscergli questa verità, ma svelargli quell’altro verso da cui essa è falsa. Ed egli si contenta di ciò, perché vede che non si ingannava e che il suo difetto era soltanto di non vedere tutti i lati della questione”.
  • Si propongono all’altro le proprie opinioni e sensazioni senza dargli la possibilità reale di esprimersi. Si crea immediatamente “un’atmosfera di contesa” piuttosto che orientare lo scambio verso l’incontro e la relazione, l’intimità, il piacere di essere in contatto. Imparare a dialogare strategicamente non significa manipolare, ma fare in modo di trovare insieme a lui/lei un punto di incontro.

Quando si dialoga con una persona importante per noi, l’obiettivo non è vincere facendo perdere l’altro, ma vincere insieme.